Yggdrasil

scritto da Storvandre
Scritto Ieri • Pubblicato 14 ore fa • Revisionato 14 ore fa
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Autore del testo Storvandre

Testo: Yggdrasil
di Storvandre

Yggdrasil vide un’ombra lungo la strada, e decise di fermarsi a fumare una sigaretta. Fermò il motore, accostò al centro dell’ombra e scese dalla motocicletta nera. Era circa l’una del pomeriggio, il cielo era di un azzurro innaturale e ostinato, in ogni direzione, screziato da brandelli di nuvole abbandonate ai venti del nord. Non passava nessuno, non c’erano case, o automobili. In quell’incrocio vigeva la legge del nulla. C’era però un silenzio vivo e fervido, che non era un vero silenzio. A darsi un po’ di tempo, diventava il ronzio frenetico di milioni di insetti che brulicavano tra le acacie e i radi castagni. Tutto appariva immobile, ma nell’ombra una versione minuscola dell’esistenza bruciava di impazienza, cercando, vorticando, venendo divorata e divorando. Osservò una vespa vagare serpeggiando sulla sabbia ai suoi piedi, per poi scomparire. Buttò il mozzicone, risalì in sella, accese il motore e ripartì. L’orologio segnava un conto alla rovescia. Mancavano un’ora e cinquanta minuti.

Alle prime curve, sentì la presenza della Morte alle sue spalle. Ma non era una presenza sgradita o funesta. Non era la morte cadaverica che stronca il piccione malato. Era una compagna svelta e simpatica, che batteva sul suo fianco un ritmo ignoto, come se stesse cantando una canzone nella sua testa. Era la stessa morte che brucia i garofani dimenticati al bordo del campo di grano, quella si acquatta nei fossi o vola alta col falco che perlustra le risaie sfiorite. Una Morte allegra, che teneva il tempo di tutto: della canzone, del cuore, del sole e del mondo. Un’ora e quarantadue minuti.

Attraversarono frazioni di paesi lontani e maledetti, voltandosi ad osservare il relitto scheletrico dell’abbandono tra macchinari arrugginiti e intonaci strappati dai muri. Ogni tanto incontravano case buone, ben fatte, mangiate dai rampicanti, o semplicemente paralizzate dalla polvere della pianura, inchiodate al suolo come le loro imposte. Porte mai aperte, su cui era cresciuta un’erba fetida e appiccicosa. Scritte slavate che inneggiavano alla libertà sui muri di mattoni corrosi. La Morte sorrise, sorrideva sempre. Quelle strade dritte e infinte le piacevano, con quel riflesso argentato e lontano, le gramigne amare a segnarne il bordo, il granturco già secco e rimasto lì in piedi in attesa della trebbia, le nuvole di polvere alzate dai venti che già spazzavano via la stagione, anche se era solo settembre. Yggdrasil sentiva dolore alle giunture e alle mani, un dolore onorevole che lo faceva sentire utile e orgoglioso. Un’ora e trentuno minuti.

Yggdrasil accelerò nei rettilinei, imprendibile, solo, invisibile. A lui piaceva farsi intontire dal vento, fino a perdere il senso del movimento, fino a sentirsi dentro un caos immobile e profondo. Il cielo si ostinava ad essere azzurro, le nuvole erano diventate di cenere, i fiori morivano di sete, gialli e viola, in certi campi invasi da grovigli di cuscuta. Rettilinei infiniti, e poi, di colpo, una curva, e poi ancora rettilinei. E poi di nuovo una curva, un paese, tre case, un castello piantato lì a far nulla, un bar deserto, giardini abbandonati, recinzioni crollate. Un uomo con la barba e con una falce sdentata li salutò. Impossibile, si disse Yggdrasil. La Morte rispose al saluto e l’uomo si sedette per terra. Lo videro scomparire negli specchietti retrovisori. Un’ora e diciotto minuti.

Poi vennero paesi più grandi. Campanili che svettavano da chilometri di distanza. Persino cartelli che li nominavano. Nomi che nessuno avrebbe pronunciato con orgoglio, ma pur sempre nomi. Fiumi densi e molli, dal colore incerto, passarono sotto i ponti. Yggdrasil svoltò seguendo la strada che sapeva, a volte sorpreso di saperla ancora. Ogni tanto ritrovava dei punti di riferimento. Ecco, un monumento ai caduti, ridicolo e freddo, incrostato di licheni e circondato da fiori di plastica e ricoperto di nomi tutti uguali. La Morte lo indicò e rise di gusto. Caduti, certo, disse, è un modo di dire. Caduti vuol dire che erano in piedi, camminavano, correvano, o stavano lì, contro un muro. E poi la terra gli è andata incontro. Poi si fece seria e pensò che sarebbe stata una giornataccia, il giorno dopo. È sempre una giornataccia quando finisce il mondo. Cinquantacinque minuti.

Pazienza, dolore, vento che stordisce, strada sempre dritta. Tutto era come doveva essere. Non c’era nessuno lungo quelle strade, ed era strano, anche se erano strade di campagna. Ma non importava a nessuno. Questo paese aveva persino un filare di platani sofferenti, e una panchina sfondata. I colombacci rubavano chicchi di cereali caduti per strada. Il corvo lucente li osservava con finta indifferenza. Passaggi a livello, case cantoniere, vecchi palazzi abbandonati con sopra, enormi, i nomi di famiglie estinte. Fratelli, figli, nipoti. Manifatture morte dopo evidenti agonie. Persino qualche fiore ai balconi, qualche rosa tenuta in vita da vecchie ostinate. Quarantadue minuti.

I fiumi confluirono e divennero grandi, poi enormi. Ponti in pietra che li scavalcavano per chilometri. Argini e contro argini. Paura di inondazioni, paura antica. Caldo. Barconi aggrappati a pali di ontano, in una fuga perenne e immobile nella corrente. Pioppi bianchi allineati come soldati in parata, chiese senza radici, case che sprofondano nel terreno incerto, i muri obliqui che incombono sulla strada. Chissà se ci vive qualcuno là dentro, e cammina su pavimenti inclinati e dorme un sonno piegato e sogna sogni obliqui e mangia su tavoli storti minestre pendenti. Chissà. Non importa. Trentaquattro minuti.

Yggdrasil si sente sfinito dal vento. Beata te, dice alla Morte, che non pesi nulla. La Morte non risponde ma si aggrappa più stretta. Volare via non sarebbe dignitoso. Lui invece il suo peso lo sente tutto, si sente più pesante ad ogni chilometro. Per poco non sbaglia una svolta improvvisa, ma alla fine imbocca la strada giusta. Qui è tutto più verde, un verde malsano, come di una malattia rigogliosa che contagia la terra. L’acqua si fa palude sputando qua e là canneti sparsi. Un altro fiume, l’ultimo del viaggio, scorre con traiettorie bizzarre tra i sassi accecanti. Ci siamo quasi, dice Yggdrasil alla Morte, anche se la Morte, ovviamente, ha tutto il tempo del mondo. Quindici minuti.

Strade sempre più piccole ora, ci si allontana dalla via principale. Yggdrasil si ferma, spegne di nuovo il motore. Gorgogliare di fossi strozzati. Rane che trattengono il verso. La strada è un lenzuolo grigio sporco di terra. Nessuno se lo ricorda che dietro quel folto di arbusti là in fondo c’è un tempietto con il monogramma di Cristo e un brutto disegno che voleva essere un Sant’Antonio Abate. Il vento umido e la nebbia si sono mangiati quasi tutto, ma là c’era un altro tempio, prima, e uno ancora prima e ancora e ancora. Là c’è sempre stato un tempio e un albero di melo rachitico che stringe una lapide tra le radici. Ripartono. Cinque minuti.

Yggdrasil e la Morte scendono, lasciano la moto sulla ghiaia di fronte al tempietto. C’è una pala appoggiata al tempietto, guarda tu, a volte, il destino. Scavano per pochi centimetri, poi c’è una botola, la aprono, tirano fuori la lapide strappando le radici del melo. Yggdrasil la pulisce con la mano. Simboli mai visti prima. Ma inizia a leggerli, uno dopo l’altro. Sono nomi di cose che non hanno un nome, da moltissimo tempo. Cose sepolte nella vita e nel tempo. Cose affondate nell’anima del mondo emergono, e si mettono in cerchio. La Morte si siede su un paracarro di pietra. E così, è questo, dice. Yggdrasil non risponde, ma allarga le braccia, come un albero piantato in mezzo alla pianura. Un minuto. Mezzo minuto. La luce. La Morte si alza stancamente, sola. Unisce le mani con un tonfo, le sfrega. E ora sì, dice, che si ricomincia.

Yggdrasil testo di Storvandre
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